Tra i mestieri più antichi, che fino a qualche anno fa si tramandavano-nel campo di un artigianato specializzato - va ricordato quello dei carradori: un'autentica tradizione di stirpe che, per trecento anni, hanno prodotto carri agricoli ed altri mezzi come biroccini, carriole, traini ed anche strumenti di lavoro per agricoltori. Le notizie le abbiamo attinte oralmente dall'ultimo rappresentante dei carradori: Ilario Cicconi che, malgrado i suoi 88 anni (non dimostrati), possiede una memoria lucidissima, una messe di ricordi quanto mai puntuaIi. I carradori scelsero come loro centro l'attuale Villa S. Giuseppe, in una zona che ancor oggi, gli anziani, chiamano "I CARRARI". Per la verità, in dialetto, «faòcchie».

 

Carro Agricolo della Bottega Cicconi

 

La scelta indubbiamente venne consigliata dall'ubicazione a fianco della Salaria, in vicinanza del Vargo (allora molto più ricco d'acqua) e ove i postiglioni cambiavano i cavalli. Il capostipite, tal Lorenzo Cicconi, giunse da Fermo intorno al 1580. Da allora Colli del Tronto andò nota anche per questa produzione artigianale che si rinnovò nei secoli fino al 1955.

Ilario Cicconi, l' arzillo e vispo 88enne, ricorda, oltre altri diversi antenati, il padre Lorenzo, che portava il nome dell'iniziatore della stirpe. Eppoi la parentela diffusa che diede vita ad altre botteghe. Cinque, infatti, sono sta gli ultimi carradori, molti dei quali, discendenti da Adamo Cicconi che ebbe cinque figli.

E cosi, con il predetto Ilario, vanno ricordati Ugo Cicconi, Pompilio Crocetti, Pasquale Cerreti, Giovanni Luzi e Gabriele Loggi.
Ilario Cicconi, dunque l'ultimo, ormai caduta la richiesta di mercato, divenuta non più economica la produzione, superato il carro agricolo tradizionale stampo dai moderni mezzi meccanici, trasformò il suo laboratorio in segheria, che ha poi chiuso nel 1988.

Il segreto del mestiere- dice Ilario Cicconi- era nella ruota ferrata. Era la fase più delicata, il momento magico nella realizzazione dl carro, e noi eravamo maestri. Si trattava di mettere dentro un cerchio di ferro surriscaldato a 300 gradi, il mozzo tornito, collegato per mezzo di 12 razze, alla corona di legno in maniera che la ruota risultasse perfetta, solida ed equilibrata. La stessa costruzione del carro seguiva regole e disegni antichissimi.

Il noto storico e studioso di folklore, il prof. Dante Cecchi, ha sovente sottolineato come il «biroccio» rappresenti un vero miracolo di ingegneria istintiva, un esempio mirabile di ingegno e perizia dei costruttori. Analizzato da studiosi, infatti, il carro agricolo è risultato valido per superare  pendenze fino al 13% (il massimo delle colline marchigiane) con attriti minimi, equilibrio e stabilità perfetti, il peso del carico solo in minima parte imposto ai buoi, tramite il giogo. Si vuole che ruote, (tipiche in questi carri pesanti) siano state inventate dai Celti, popoli della stessa razza dei fondatori di Senigallia. Le stesse variazioni imposte ai carri, come il diametro delle ruote, la posizione dell'assale ed altro erano suggerite dalla tipologia del terreno dove dovevano operare. I carradori quindi, risolvevano per proprio conto, con l'esperienza di generazioni trasmessa di padre in figlio, rilevanti problemi di ingegneria.

Alla fase strutturale, seguiva poi quella estetica.

Ilario Cicconi ricorda ancora che il contadino chiedeva sempre una efficace istoriazione del carro.

lo ero particolarmente versato per le pitture. Si adoperava la sinopia ma in genere i disegni erano sempre quelli. Le tavole laterali erano divise in tre specchi: al centro una stella, alla sinistra il nome del costruttore, a destra un vaso con ramificazione di fioriture. Tralci, colorazioni e fiori che si ripetevano anche sulle ruote.

Il Cicconi riusciva a fabbricare una diecina di carri l'anno, nonché effettuare numerosissime riparazioni. Per un carro, nel 1916, ci volevano 300 lire, che diventarono 1.300 negli anni Trenta, per salire ai 105.000 dopo l'ultimo conflitto bellico.

Quanto fosse preziosa l'opera costruttiva del carradore e quanto insostituibile fosse il carro come strumento essenziale per il lavoro e la vita del nostro contadino è provato dal fatto che essi figurano in moltissimi ex voto di ignoti artisti popolari, in quasi tutte le chiese marchigiane, mentre nel 1950 nella serie filatelica delle Poste Italiane dedicate alle «Regioni d'Italia al lavoro», proprio il carro agricolo è stato assunto a simbolo delle Marche.

Come si è detto, oggi il carro agricolo è divenuto oggetto da museo, come le prime automobili. Addirittura le ruote, le fiancate laterali, si ritrovano quali elementi d'arredo in locali tipici di ristorazione e anche in ville sofisticate di campagna. Ma quanta storia dietro quelle razze, dietro quei vistosi o delicati disegni di sapore naif, dietro quei gioghi dalla irripetibile fattura, quasi una scultura moderna!

 

 

Stralcio del libro "Colli" di Gabriele Nepi e  Carlo Paci